Foucault, Abu Ghraib e le streghe Parte I

La fotografia è oggettiva?

Nella mentalità comune la fotografia è considerata “oggettiva” ed anche in alcune importanti settori (quello delle scienze e della giustizia, ad esempio) è considerata ugualmente oggettiva. Nell’ elite intellettuale viceversa la fotografia è considerata soggettiva, affermazione che viene ripresa comunemente anche da chi si interessa di fotografia. Ciò che stupisce è che un’affermazione così contraria al senso comune venga data per scontata, laddove invece andrebbe debitamente dimostrata. Cerchiamo di analizzare la questione.

Intanto bisogna specificare cosa si intende per soggettivo ed oggettivo.

Per soggettivo si intende qualcosa che dipende dal soggetto; per oggettivo qualcosa che è indipendente dal soggetto. La realtà esterna è considerata oggettiva perché esiste indipendentemente da qualunque soggetto. Se qui c’è una mela, questa mela è qui indipendentemente da qualunque osservatore (o soggetto): è oggettiva.

La fotografia, come linguaggio, non è considerata alla stregua di altri linguaggi, perché i linguaggi sono considerati convenzioni totalmente indipendenti dall’oggetto, la “parola casa” non ha alcuna relazione con l’ “oggetto casa”. Viceversa la fotografia è considerata un’impronta della realtà, senza l’oggetto non esiste la fotografia e da qui deriva  l’ affermazione dettata dal buon senso che “la fotografia è oggettiva”.

Quali sono gli argomenti che giustificano l’affermazione opposta, cioè che “la fotografia è soggettiva”?

Sgombriamo il campo da un possibile equivoco: una fotografia esiste perché c’è stato qualcuno che ha premuto il pulsante di scatto. In questo senso la fotografia dipende totalmente dal soggetto, ma questo è banale. Il problema vero è se “ciò che la fotografia rappresenta” è oggettivo o soggettivo.

Due sono le argomentazioni che io conosco a sostegno della soggettività della fotografia.

cane-moryiamaPer spiegare la prima, possiamo considerare la fotografia di un cane. E’ ovvio che ciascuno di noi ha vissuto un’esperienza diversa col cane, da chi è stato sommerso dal suo affetto a viceversa chi è stato morsicato e traumatizzato. Ognuno di noi matura la sua idea di cane. Così il fotografo, che quindi quando fotografa un cane cercherà di esporre la “sua” idea di cane. E anche l’osservatore della fotografia ha una “sua” esperienza di cane. Quindi il cane fotografato è “soggettivo”, volendo proprio fare i pignoli doppiamente soggettivo. E’ giusto tutto ciò?

No, è sbagliato. SI commette un errore banale, cioè si confondono due elementi tra loro indipendecuccioli_di_cane_5nti che intervengono nella lettura della fotografia: il “riconoscimento” del soggetto fotografato e la sua “Interpretazione”. Volendo fare i sofisticati si confonde il significante col significato. La lettura della fotografia si può suddividere in 3 fasi, che ovviamente si possono sovrapporre ma sono distinte: riconoscimento, interpretazione, giudizio (estetico, morale, ecc). I primi due elementi sono quelli che abbiamo confuso. Detto in modo molto semplice: è pur vero che davanti alla fotografia di un cane possiamo discutere all’ infinito sul cane rappresentato, ma nessuno discuterà mai sul fatto che quello fotografato è “oggettivamente” un cane.
La seconda motivazione è che il fotografo ha “scelto” il cane, poteva fotografare tante cose diverse, magari vicino al cane c’era un gatto, ma ha preferito il cane. Un altro fotografo avrebbe potuto scegliere il gatto, ed ecco dunque che il cane (o il gatto) “dipende” dal soggetto, cioè è soggettivo. E’ giusto?

No, è sbagliato. Supponiamo di andare dall’ ortolano e scegliere un cetriolo, c’erano davvero tante cose, ma abbiamo scelto il cetriolo. Quindi il cetriolo sarebbe diventato “soggettivo”? Ma va là! Il cetriolo è “oggettivamente” un cetriolo, anche per coloro che non lo hanno scelto. E sarebbe stato lì anche se non lo avessimo scelto. L’esistenza del cetriolo è indipendente dal fatto che sia stato scelto: se lo scelgo, lo possiedo ma sicuramente non lo rendo soggettivo.

cetrioloQuesta seconda questione della scelta può anche essere espressa in modo diverso. Quando fotografo qualcosa fotografo sempre “una parte” e la scelta di ciò che fotografo esprime tutto sommato un mio interesse o predilezione, e quindi esprime me stesso. Il ragionamento è conseguente ad un errore che compie l’osservatore, che scambia la parte per il tutto, e quindi trae conclusioni del tutto arbitrarie e che eviterebbe se considerasse che se la foto è una parte da essa non si possono trarre conclusioni definitive.

Per due motivi: perchè il tutto non coincide con la parte (se nella fotografia c’è ad esempio una casa disastrata, potrei dedurre che là dove è stata fatta la fotografia vige la povertà e la miseria, ma è ovviamente una deduzione arbitraria), la seconda è che la fotografia è sempre relativa all’ apparenza, la casa poteva essere il fondale di un set cinematografico, o poteva essere magari fatta di cioccolata: tutto quello che posso dire che la fotografia mostra qualcosa che “sembra” una casa. Tutte le deduzioni che faccio sono nella mia testa di osservatore, non nella fotografia (se l’interpretazione fosse già inclusa nella fotografia daremmo tutti la stessa interpretazione).

Concludendo: nel primo caso di soggettivo c’è l’interpretazione nel secondo c’è la mia scelta. Interpretazione e scelta sono fattori personali (soggettivi) che non alterano in alcun modo l’oggettività’ di ciò che è stato fotografato.

intellettualeRimane da chiedersi perché quindi è così diffusa la tesi opposta, tanto più che sul tema esistono divergenze da parte di importanti studiosi. Roland Barthes, ad esempio, è per l’”oggettività” della fotografia tanto da arrivare a dire che la fotografia non è solo la “rappresentazione” di un evento, ma l’ “autenticazione” dell’ evento stesso. Quando Barthes guardava le vecchie foto della nonna si formava l’idea che quello che era rappresentato era veramente accaduto (nel passato), ne era l’autenticazione, nessun dubbio in proposito.

Perché dunque questa tesi così comune?

La prima risposta, ovvia, è che l’intellettuale “deve” marcare la differenza col senso comune, per giustificare la sua ragion d’essere. Ma questa è un’affermazione maligna. L’intellettuale si muove in un mondo teorico, che non ha necessariamente relazione col mondo pratico. Per fortuna: la immaginate voi la faccia dell’intellettuale che, davanti ad una fotografia che dimostra la sua ragione in un’incidente d’auto, si senta dire dal giudice che quella fotografia è soggettiva e quindi non vale nulla?

Adesso forse il caso di cercare qualche ragione meno maligna.